La prima parte della tesi di Laurea Magistrale in Scienze dell'Educazione Motoria e delle Attività Adattate presso l'Università degli Studi di Torino di Sara Molinatti.
Uno studio sull’attività motoria come ponte per l’inclusione e l’integrazione degli stranieri in un contesto interculturale.
Premessa
La scelta dell’Integrazione e dell’Inclusione di minori migranti come tematica per il mio elaborato, è stata dettata dall’interesse che ho sviluppato negli ultimi 5 anni per quanto riguarda il mondo interculturale e le sue caratteristiche. A mio avviso, nella società odierna, con tutte le problematiche annesse, abbiamo la grande opportunità di avvicinare e conoscere culture molto lontane dalla nostra; ciò rappresenta per me uno stimolo non da poco verso la costruzione di una società plurale nella quale si possa realizzare la convivenza civile e pacifica tra tutte le culture, ed una preziosa possibilità di arricchimento personale, per ognuno di noi. È estremamente affascinante per me poter conoscere, e piano piano decentrare il proprio sguardo sul mondo, attraverso le esperienze di vita altrui, tramite i suoni, le note, i profumi, le lingue altre; giungere a poter disporre, poi, di tante e diverse “paia di occhiali” per guardare la realtà e le piccole cose di ogni giorno, penso sarebbe molto utile per tutti.
Soffermandosi sugli accadimenti degli ultimi anni, e sugli esodi che vedono protagoniste le nostre coste, ogni giorno, credo anche che tale macrotematica ci riguardi e debba riguardare ormai, non solo politicamente, ma anche come comunità, come singoli, ed in primis: come esseri umani. I minori migranti di oggi, già sono, e saranno gli adulti dell’Italia di domani. Da più di 2 anni mi trovo ad operare nel contesto multiculturale ed interculturale dell’Arsenale della Pace-Sermig di Torino: policentro, luogo di incontro di culture, religioni, personalità, età diverse, che si colloca nel quartiere Borgo Dora, Porta Palazzo. In particolare, nel mio percorso all’Arsenale della Piazza (sezione dedicata ai minori), ho svolto, e tuttora svolgo, attività motorie quali preatletismo, danza, con bambini di origine straniera, dai 6 ai 10 anni; danza con alcuni ragazzi delle classi medie; e da maggio scorso, come progetto pilota, non senza difficoltà, “MamaFit CommUnity”: attività motoria-musicale con alcune mamme di diversa nazionalità (n=10) dei bambini dell’Arsenale. Nello specifico, per quanto riguarda i laboratori di danza, uno dei focus è proprio la creazione di ‘territori condivisi’ attraverso la scoperta e messa in comune di brani e sonorità delle Terre d’origine dei bambini e delle mamme.
Tale percorso di tirocinio e lavorativo mi ha dato, e continua a darmi moltissimo, a livello esperienziale, umano: proprio da qui, quest’anno, è partita la spinta a svolgere il lavoro di ricerca che declino nelle pagine a seguire. Uno degli obiettivi per il futuro è quello di continuare a formarmi, e possibilmente operare in questo ambito.
Introduzione
“Vivere una sola vita
in una sola città,
in un solo paese,
in un solo universo,
vivere in un solo mondo
è prigione.
Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione”.
Ndjock Ngana

Gli ultimi fenomeni migratori cui continuiamo ad assistere nel nostro Paese, oggi, ancor più di ieri, sollevano l’imponente ed importante questione del “se e come” sia possibile l’integrazione degli immigrati e dei migranti nella società italiana (Wolleghem, 2014). Proprio da ciò si è tratta la tematica su cui verte l’elaborato, che ha come focus specifico l’integrazione e l’inclusione di minori migranti. Integrazione, come processo multidimensionale, finalizzato alla pacifica convivenza, entro una determinata realtà storico sociale, tra individui e gruppi culturalmente e/o etnicamente differenti, fondato sul reciproco rispetto delle diversità etnico culturali, a condizione che queste non ledano i diritti umani fondamentali e non mettano a rischio le istituzioni democratiche (Bichi & Cesareo, 2010). “Inclusione”, derivato dal termine anglofono Inclusion, inteso non come sinonimo, bensì come un’estensione del concetto di integrazione; come processo a doppio senso e attitudine delle persone a vivere insieme, nel pieno rispetto della dignità individuale, del bene comune, del pluralismo e della diversità, della non violenza e della solidarietà, nonché la loro capacità di partecipare alla vita sociale, culturale, economica e politica (Libro bianco sul dialogo interculturale, Consiglio d’Europa, 2008, pag. 12). Obiettivo generale e centrale della tesi è l’ integrazione e l’inclusione di bambini stranieri, attuate attraverso l’attività motoria, che si propone come strumento e ponte tra culture diverse, caratterizzato da un codice universale, in grado di superare confini, lingue, religioni, ideologie; a partire dall’ambito extrascolastico per arrivare a toccare anche il quotidiano. Tenendo conto dell’obiettivo generale, quelli più specifici sono tre: l’analisi di carattere multidimensionale dell’autostima percepita attraverso il TMA; la valutazione di compiti motori e cognitivi nelle prove del Dual Task Test (DT), in single e dual task, prendendo come riferimento la velocità, per osservare l’interazione e l’influenza tra sfera cognitiva e motoria nei diversi compiti; ed infine, individuare le differenze di genere e di accuratezza nel TMA e DT.
La tesi è suddivisa in sei capitoli.
Nel primo capitolo, partendo dall’integrazione, che si accompagna anche ad altri concetti quali quelli di Intercultura, Trans-Cultura, Alterità, si arriva a delineare il complesso profilo dei migranti, di identità in perenne flusso. Nel secondo, di carattere più psicologico, vengono affrontate le varie declinazioni di cultura, e si parla di prospettive di psicologia culturale, di psicologia ed educazione interculturale, di empatia ed exotopia. Il terzo capitolo è incentrato sull’attività motoria e l’inclusione; toccando il tema del corpo e della sua valenza ieri ed oggi, analizzando la corporeità da un punto di vista filosofico, arriva alla descrizione dello sport come fenomeno sociale, ed a coglierne gli aspetti portanti che ne fanno ‘campo neutro’ ed eccezionale facilitatore e mediatore di esperienze di integrazione. Il quarto ed il quinto capitolo sono dedicati alla ricerca vera e propria ed alla discussione dei risultati; gli strumenti utilizzati nella ricerca sono il questionario TMA, Test di valutazione multidimensionale dell’autostima, ed il Dual Task Test, costituito da task motorio di cammino e task cognitivi. Il sesto ed ultimo capitolo contiene le conclusioni, che danno una visione d’insieme su quanto precedentemente affrontato e cercano di rielaborare la tematica centrale dello scritto, tenendo conto degli obiettivi generali e specifici che erano stati posti all’inizio, e alla luce dei risultati ottenuti dai dati statistici.
1 Inclusione come pratica sociale
e attività motoria
e attività motoria
1.1 Da integrazione ad inclusione: Noi e l’Altro
Noi tutti dovremmo sapere
che è la diversità che rende ricco un arazzo,
e dovremmo capire
che tutti i fili dell’ arazzo
sono uguali in valore, non importa quale sia il loro colore.
Maya Angelou, 1928

Oggi, parlare di integrazione, è quanto mai necessario, in un contesto sociale quale quello del nostro Paese, bacino di una continua e progressiva migrazione dall’Europa orientale, dall’Africa, dal Medio Oriente, etc. Il termine “Integrazione”, dal lat. Integratiō-onis, deriv. di integrāre: “rendere integro o intero; rendere completo e conforme a giustizia”, contiene in parte anche “Integrum”: “cui nulla manca, illeso, intero”; entrambi, partendo proprio dall’etimologia, ben esprimono quale sia il profondo significato che vi è attribuito e da cui partire, per tramutare la teoria in pratica, l’intenzione in azione. (Etimo, 2016). Il nostro Paese, importatore soprattutto di manodopera proveniente in gran parte dalle cosiddette zone terzomondiste, per gran parte della sua storia è stato contrassegnato da fenomeni d’emigrazione (OECD Publishing, 2014). A partire dagli anni Settanta, iniziò a diventare teatro di molteplici flussi migratori, che hanno contribuito ad accelerare il mutamento sociale e culturale già in atto, e ad oggi caratterizzano, anche drammaticamente, le dinamiche socio-demografiche della Penisola. (Alietti & Agustoni, 2013).
In base ai dati forniti dal Ministero dell'Interno, al 1 gennaio 2016 sono regolarmente presenti in Italia 3.931.133 cittadini non comunitari, ed i paesi più rappresentati sono: Marocco (510.450), Albania (482.959), Cina (333.986), Ucraina (240.141) e India (169.394) (Istat, 2016) Tali numeri, parlano di un continuo aumento degli arrivi; così come dell’accrescere della presenza di minori e di minori non accompagnati; della tendenza al ricongiungimento familiare; di migranti per i quali l’Italia non è che terra di passaggio nell’ottica del raggiungimento del benessere in stati quali Germania, Norvegia; del radicamento, invece, per alcuni, nella società italiana; ancora, del fenomeno del transnazionalismo, ovvero un duplice stato d’animo che vede qualcuno sentirsi contemporaneamente appartenente al paese d’origine così come a quello di residenza... Tutto ciò, solleva l’imponente questione del “se e come” sia possibile l’integrazione degli immigrati e dei migranti nella società italiana (Wolleghem, 2014). In linea con tale fotografia della situazione attuale, l’idea di integrazione sociale si è delineata, e si delinea, come molto complessa e motivo di numerosi dibattiti. Una delle maggiori difficoltà nell’affrontare questo tema risiede nella scarsità di materiale scientifico e ricerche empiriche a riguardo, e nella poca operazionalizzazione (mediante indicatori ad hoc) del concetto di integrazione.
Ciononostante, sono stati fatti numerosi tentativi in Italia, principalmente due: dal Cnel–Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro, assieme all’Organismo Nazionale di Coordinamento delle Politiche Locali di Integrazione (III Rapporto Cnel, 2004), e dalla Fondazione Ismu–Iniziative e studi sulla Multietnicità (Ismu, Quattordicesimo rapporto sulle Migrazioni 2008, 2009). Entrambi gli Organismi hanno provato a mettere a punto un sistema di indicatori su alcuni aspetti “oggettivi” dell’integrazione (come l’accesso agli alloggi da parte dei migranti, l’andamento scolastico, etc), hanno svolto numerose indagini, individuando anche, per esempio, lo scarto, all’interno di ciascun territorio, tra il dato degli immigrati e quello degli italiani, per cercare di misurare quanto il comportamento degli immigrati si discostasse da quello autoctono (Rapporto Caritas-Migrantes, 2009).
In quest’ottica, l’integrazione, si configura quindi,
come processo multidimensionale,
finalizzato alla pacifica convivenza, entro una determinata
realtà storico sociale, tra individui e gruppi culturalmente e/o etnicamente
differenti, fondato sul reciproco
rispetto delle diversità etnico culturali, a condizione che queste non ledano
i diritti umani fondamentali e non
mettano a rischio le istituzioni democratiche. L’integrazione consiste
sempre in un processo che necessita di tempo (Bichi & Cesareo, 2010). Si declina a livello
economico, culturale, sociale e politico; ciascuna di queste dimensioni dà vita a gradi diversi
di integrazione; l’integrazione è bidirezionale in quanto essa non
riguarda solo gli immigrati ma anche e congiuntamente i cittadini del Paese ricevente (Bichi & Cesareo, 2010).
Integrazione, anche, come processo dinamico e bilaterale, fatta propria dall’ordinamento giuridico
nazionale con la legge n. 94/2009; essa viene ripresa dall’Agenda Europea per l’integrazione dei
cittadini di paesi terzi (2011), in cui viene sottolineata
l’importanza del contesto locale e del raccordo tra i diversi
livelli di governo per favorire l’inclusione sociolavorativa dei migranti.
All’interno delle politiche migratorie, è
possibile diversificare tra politiche di regolazione dei flussi, deputate al controllo sistemico degli arrivi, e politiche di integrazione, più
strettamente legate all’ “agire l’integrazione”, in senso pratico-relazionale (Facchi, 2001).
Nell’affrontare tali temi, sono stati individuati diversi modelli di integrazione. Il concetto di modello di
integrazione viene utilizzato per spiegare il modo in cui i paesi-meta di flussi migratori
gestiscono società sempre più complesse, caratterizzate da individui
provenienti da più sistemi culturali di riferimento:
- Il modello di fusione (melting pot).
Il melting pot, caratteristico specialmente degli
U.S.A., mira a ridefinire il sistema delle appartenenze e delle identità
tramite il mescolamento di individui e gruppi culturali ed etnici. L’idea alla
base è quella di vedere emergere una cultura marcata da una forte omogeneizzazione in grado di azzerare le differenze e di
favorire la convivenza pacifica, riducendo al minimo i conflitti sociali (Berti,
2000).
- Il modello assimilazionista.
Il tratto principale di questo approccio è l’idea secondo la quale tutte le possibili differenze sono riconducibili a un’unica struttura e che l’incontro con il diverso si risolve progressivamente e inevitabilmente con l’adesione al modello culturale dominante. Un percorso, perciò, univoco e lineare (Ambrosini, 2008).
- Il modello funzionalista.
Tale modello parte caratterizzato da una disparità tra la società ospitante ed i migranti, che possono essere accettati solo in qualità di personale lavorativo, utile per talune mansioni e professioni. Adottato già nella gestione dell’immigrazione dalla Germania negli ultimi decenni, è basato, quindi, su una logica di accoglienza esclusivamente strumentale ed utilitaristica, dove la dimensione socio-relazionale è pressoché inesistente, e la presenza del migrante può realizzarsi finché è funzionale alla società. Tale processo di integrazione, perciò, è temporaneo, permeato dall’idea del migrante come “lavoratore-ospite” (Freeman, 2004).
- Il modello multiculturale. Questo sistema nasce in completa opposizione alla prospettiva assimilazionista. Il multiculturalismo propone un’accettazione acritica del pluralismo, per una valorizzazione delle differenze, anziché una fagocitazione delle stesse ed un conseguente azzeramento di ogni specificità. In quest’ottica positiva, però, prendono forma una diffusa diffidenza e resistenza verso la stessa idea di integrazione, poiché con un incasellamento degli individui all’interno di contenitori etnici o culturali predefiniti, ed evitando che le singole appartenenze si mescolino, vengono fortemente alimentati potenziali fenomeni di auto-ghettizzazione (Ambrosini, 2011).
- Il modello transnazionale. Gli immigrati vengono qui considerati come attori sociali che si muovono all’interno dei vincoli e delle risorse dei contesti di riferimento, sia di partenza che di arrivo. Le identità travalicano i confini politici, economici e geografici, creando collettività e propri spazi transnazionali, in un continuo gioco di interazioni e di circuiti di transito di idee, relazioni, capitali, informazioni. In tutto ciò, è sbagliato pensare alle migrazioni come eventi bipolari poiché, all’interno di un contesto di crescente globalizzazione, le persone migranti sono in un qui e un lì contemporaneamente (Ambrosini, 2008). L’integrazione è quindi intesa in un’ottica ottimistica, laddove essa non presuppone rinunce o adeguamenti, ma la presa di coscienza di un universo intriso di nuovi significati, un co-processo che non vede contrapposizione tra migranti ed autoctoni, al contrario, che supera tali barriere, basandosi su legami e relazioni (Hersi, 2014).
- Il modello interculturale. L’interculturalismo invita a considerare le culture come delle narrazioni “condivise”, e tenta di superare i limiti dell’assimilazionismo e del multiculturalismo. L’elemento distintivo è costituito dal dialogo tra differenti culture, con un’attenzione particolare alle trasformazioni culturali in atto. È uno scambio bidirezionale, simmetrico e personale, possibile in base al principio di acculturazione, alla possibilità, cioè, di apprendere elementi culturali altri, nel rispetto della propria e delle altrui identità (Cesareo, 2002).
- Il “non modello”. Non sempre tali esodi ed arrivi, portatori ciascuno di variegatissime specificità, sono inscrivibili in un “modello”, in particolare quando le migrazioni rappresentano un fenomeno recente, cui le logiche interne di ogni paese ospitante non sono preparate. È il caso di paesi dell’Europa meridionale, come Grecia, Spagna e Italia. Fa capolino, così, un non- modello, in cui è evidente una non- gestione sistematica delle politiche e delle pratiche di integrazione dei migranti, che è più figlia dell’assenza di una filosofia di fondo che non di una capacità effettiva di inclusione (Berti & Valzania, 2011).
Nel caso specifico italiano, si presenta, così, una lettura sempre provvisoria, e rimane marcata una visione emergenziale del problema, che rende purtroppo inalterabile la condizione di precarietà dello straniero. I migranti vengono inseriti nel sistema lavorativo e solo dopo, viene valutata la possibilità, a seconda dei singoli contesti di arrivo, di concedere loro diritti e prerogative di cittadini. L’ottica emergenziale e funzionalista rimangono di sottofondo, le accompagna, per fortuna una nuova, detta “pragmatica”, che mira a compiere il processo d’integrazione gradualmente, sperimentando e ricercando soluzioni e strategie conformi per problemi concreti (condizione ed accessibilità abitativa, scolarizzazione, etc). (Berti, 2000). Tuttavia, emerge un quadro eccessivamente differenziato, caratterizzato, in particolare, da un “localismo italiano dei diritti”, nel quale ogni contesto locale si rapporta all’immigrazione in maniera autonoma, ricevendo scarso aiuto dai veri e propri governi, troppo distanti dalle realtà in questione (Berti & Valzania, 2011). L’integrazione è così sempre più “a due velocità”, in una mediazione costante tra adattamenti territoriali e politiche nazionali, tra retoriche nazionali e politiche locali. La dimensione locale acquista così un valore centrale nella definizione delle strategie di inclusione, esercitando un ruolo decisamente attivo (Oso & Mateos, 2013).
Alla luce di questa rassegna di modelli, affiora l’idea che forse ragionare in termini così astratti di modelli di integrazione, forza a guardare ad essa da una prospettiva essenzialmente ed eccessivamente “macro” e non permette di mostrare e “toccare” i meccanismi reali di integrazione. Il vero spartiacque è, perciò, tra governi locali inerti, anche ostili all’inclusione degli immigrati, e governi locali, benché “abbandonati e privi di mezzi sufficienti”, disposti a investire risorse, anche a costo di rischiare il consenso dei cittadini, per favorire e promuovere società più integrate (Ambrosini, 2011). L’integrazione non deve essere più vista, quindi, come una formula magica per risolvere i conflitti, ma un’aspirazione in attesa: una vera e propria pratica sociale (Ambrosini, 2008). Nel discorso appena affrontato è stato più volte utilizzato il termine “Integrazione”, poiché spesso è quello che più viene abbinato e collegato al mondo dell’immigrazione e degli stranieri; come per altri ambiti, però, come quello della disabilità, non sarebbe errato anche usufruire del termine “Inclusione”, derivato dal termine anglofono Inclusion, inteso non come sinonimo, bensì come un’estensione del concetto di integrazione (Sacchi, 2011). La differenza tra i due termini risiede nell’approccio: l’integrazione è fondata sull’idea di un adattamento della persona, affinché essa possa divenire il più possibile simile agli altri; l’inclusione, invece, prevede una reciproca permeabilità, e rappresenta piuttosto una filosofia dell’accettazione fondata sulla capacità di fornire un contesto adeguato dentro cui gli individui, a prescindere da abilità, genere, linguaggio, origine etnica o culturale, possono usufruire di uguali opportunità e sentirsi così valorizzati (Fasce, 2015). “L’inclusione indica un processo a doppio senso e l’attitudine delle persone a vivere insieme, nel pieno rispetto della dignità individuale, del bene comune, del pluralismo e della diversità, della non violenza e della solidarietà, nonché la loro capacità di partecipare alla vita sociale, culturale, economica e politica. Il termine ricopre tutti gli aspetti dello sviluppo sociale e l’insieme delle politiche” (Libro bianco sul dialogo interculturale, Consiglio d’Europa, 2008, pag. 12).
Integrazione, ancora, che si accompagna anche ad altri concetti come quelli di Intercultura, Trans-Cultura, Alterità, etc…e questi vocaboli tutti, hanno un denominatore comune: l’Altro. L’Altro, dal lat. “alterum, alter, alius”: “che è diverso; differente in qualsiasi maniera da quelle cose di che si parla o s’ intende” (Etimo, 2016). In un discorso interculturale, la diversità e l’Altro, non possono e non devono essere visti come ostacoli o limiti, ma anzi come possibilità di stimolo per una crescita sociale e per la nascita di realtà diverse e migliori. La comunicazione, in questa prospettiva, diventa strategia da perseguire e coltivare per raggiungere un valido punto d’incontro (Greenfield, 2000). La presenza di qualcuno che è differente, straniero, “Altro da noi” , non è qualcosa da combattere, da rifiutare o svalutare, al contrario è da rispettare e provare a conoscere con curiosità; da questa angolazione, la presenza del diverso, dell’immigrato, assume un ruolo completamente nuovo e costruttivo, abbandonando quella dimensione di minaccia che purtroppo ancora oggi gli è attribuita (Sclavi, 2000). In chiave anche sociologica, la funzione dell’Altro è essenziale per il riconoscimento di sé e dell’alterità, e la relazione identità-alterità diviene molto stretta (Leone, 2012).
1b. Flussi d’identità
Ritroviamo, così, un’identità bistrattata e scomposta, rinchiusa nella “categoria dell’immigrato”, etichetta non facile da portare, che appiattisce le esperienze, la soggettività e la dimensione individuale di ciascuno in un unico profilo globale (Beneduce, 2004). In tale contesto, la cultura, così come l’identità, vengono caratterizzati da processi di “ibridazione e métissage culturali”, intesi come incontro, incrocio e mescolanza tra razze sul piano culturale, ed anche, in negativo, come omologazione di ogni differenza agli standard occidentali (Contini, 2009). Entrambi i concetti divengono, qui, una sorta di paradigma, mai statico, dall’immagine profondamente processuale e relazionale, al cui centro ruolo cruciale è assegnato all’alterità, come componente intrinseca e costitutiva della soggettività meticcia (Contini, 2009). Queste “etnicizzazione” e massificazione sistematiche, costringono lo straniero a vivere in un continuo pendolarismo tra la difesa dell’appartenenza per timore dell’umiliazione per il disconoscimento della propria specificità, e la necessità di integrarsi e di essere accettato nei nuovi contesti. Il limbo sociale nel quale si trova, e l’indecifrabilità del proprio ruolo e della propria identità, fa sì che l’esistenza si mantenga in una condizione di perenne allerta (Bhugra & Phil, 2004).
Ma come vivono la migrazione le generazioni dei più giovani? Quali sono i meccanismi che si instaurano nell’animo di un bambino sradicato dalla propria terra, e memore di ciò, o di un bambino, nato in Italia, ma di madre e padre immigrati, o ancora, di un bambino meticcio? I figli dei migranti, in maggioranza, oscillano tra due fuochi, quello della memoria di ciò che è accaduto, derivante anche dalla trasmissione della storia da parte dei familiari e degli appartenenti allo stesso ceppo etnico, e quello del desiderio di essere come gli altri, di accettazione, di tensione quindi verso una “modernizzazione” sempre più forte (Beneduce, 2004). Il concetto di “etnicità” qui prende un risvolto importante, a due livelli: da un lato a livello interno, nel gruppo etnico del bambino, poiché rimane risorsa fondamentale per la creazione ed il rafforzamento della propria identità, dall’altro, a livello esterno, nelle relazioni con il nuovo contesto, in cui può rappresentare anche motivo di interesse, novità e di curiosità (Beneduce, 2004). A cavallo tra universi differenti, il bambino ed il giovane migrante, spesso si trovano divisi tra un’appartenenza etnica dominante, un’eredità biologica traboccante, e la dimensione sociale nuova, totalmente opposta, ricca di significati e rimandi ad un’immagine identitaria ben precisa, intensa e vincente (Phinney, Horenczyk, Liebkind& Vedder, 2001).
Nel percorso di crescita inoltre, capita che a tutto ciò si aggiunga l’adolescenza; la crisi adolescenziale, con tutti i problemi annessi, cambiamenti somatici etc., qui, per di più, etnicamente marcati, viene affrontata in modo del tutto diverso da quello dei pari nativi italiani, andando forse a sovrapporsi alla crisi già alimentata dall’appartenenza, non scelta, a due mondi (Beneduce, 2004). Spesso, rispetto ai familiari ed agli adulti, per i quali, giustamente, la propria provenienza è ancora preponderante rispetto alla nuova, le seconde e terze generazioni, tendono invece ad allontanarsi dalla cultura d’origine; questo gap intergenerazionale non aiuta le dinamiche all’interno del nucleo-famiglia migrante, né i processi socio-relazionali (Zimmermann, 2007). D’altra parte, però, la cultura ospitante non è in grado di sopperire marcatamente alla mancanza di un modello preciso di identificazione; il risultato ne è, infatti, una condizione di “scissione e sdoppiamento”, un “bilinguismo” anche esistenziale, che pone il giovane migrante in una posizione difficile e disorientante (Phinney, Horenczyk, Liebkind & Vedder, 2001).
Questo filo sottile sul quale cammina la seconda generazione, esprime quasi un concetto di “atopos”, dal greco τόπος «luogo», che, con l’ α privativo davanti, significa appunto “fuori luogo, estraneo , singolare, strano” (Montanari: GI - Vocabolario della lingua greca, 2005). È come se questi figli fungessero da “collante” tra il vecchio ed il nuovo, tra la tradizione e l’innovazione, e, più praticamente, proprio tra i genitori e la realtà del paese accogliente. “I figli degli immigrati vengono spesso impiegati come traduttori per conto dei propri genitori ed inviati nel nuovo mondo. “[… Vengono] definiti go-betweens, perché fanno la spola avanti ed indietro come emissari, per portare messaggi a dottori, proprietari di case e negozianti da parte dei propri genitori, che non parlano inglese” (Lelleri, Bollino& 12 Patuelli, 2005, pag. 1).
Si palesa presto, così, come in tale etnicizzazione, queste alterazione e difficile costruzione d’identità, anche nei più giovani, si colleghino strettamente a concetti quali quelli di alienazione e globalizzazione. Con il termine “globalizzazione” si intende “fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti” (Treccani, 2016). Prendendo in prestito il modello McWorld, sviluppato dal teorico politico Benjamin Barber, autore del libro “Jihad contro McWorld” (1995), si va ad individuare un mondo ispirato al modello del fast food più famoso: McDonald’s, che, con la sua offerta di efficienza, calcolabilità, prevedibilità e uniformità in tutto, ha finito per condizionare anche altri aspetti della vita. L’ambito scolastico, il mondo del lavoro, il tempo libero, l’alimentazione soprattutto, i viaggi, la politica, la famiglia, sono completamente investiti da questa sorta di “McDonalizzazione” e dalla velocità ed istantaneità che caratterizzano il nuovo mondo (Barber, 1996). Tutto, e gli individui per primi, è esposto e sottoposto alle leggi di mercato, che puntano all’aumento del consumo, consumo immediato di ciò che si produce. Il McMondo riduce, così, le nazioni ed i loro abitanti a cittadini indifferenziati di un unico grande ed omogeneo parco tematico, le cui chiavi sono nelle mani di colossi e multinazionali che puntano su convenienza, comunicazione, divertimento, comodità, intrattenimento, informazione e commercio (Barber, 1996).
In tale McWorld, il concetto di alienazione non si configura che come fedele alleata. Tecnicamente, con il termine alienazione, dal latino "alius" , “altro”, si intende “l’atto e il fatto di allontanare, distogliere, estraniare” (Treccani, 2016); con accezione più attuale, si individua nel senso di disagio, di disorientamento e smarrimento, che prova l’individuo della civiltà industriale, ingabbiato e privato della propria identità ed autenticità, estraniato quasi dalla propria collocazione naturale, soprattutto a causa del ripetitivo e macchinoso contesto socio-lavorativo (Galimberti, 2013). Il corpo e l’uomo diventano, così, ingranaggi di un meccanismo difficilmente arrestabile: siamo tutti nel mercato e sul mercato, e al tempo stesso consumatori e beni di consumo. Forse, in tutto ciò, nell’eccessiva possibilità di scelta e folle corsa a provare e cambiare identità per trovarne una migliore, nella totale vulnerabilità e indecisione, sta la condanna della contemporaneità (Galimberti, 2013). In una mentalità ormai obnubilata dal denaro, dal potere, dalla visibilità, dallo shopping, e da uno stile di vita ad essi devoto, le merci ed i beni di consumo diventano vero e proprio tramite; e grazie al concetto di “marca, brand”, giovani e adulti, riescono a collocarsi “fieri” nella società; possono così costruirsi un’identità sociale comune ed allineata a tutte quelle che sembrano valere, illudendosi di stanziare dalla parte “giusta” e “potente” del mondo. (Pietropolli Charmet, 2009).
Dal punto di vista di un teenager, dunque, in quest’ottica certo non è facile districarsi. L’impressione è che i ruoli adulti tendano ad assumere modelli giovanilistici, e quelli giovanili si protraggano sempre più a lungo nel tempo, cosicché nasca una sorta di “con-fusione” tra le generazioni. (Donati & Colozzi, 1997). Adolescente e uomo disorientati e svuotati sono anche quelli che ritroviamo nella “modernità liquida” di Bauman (2002) secondo cui nella società postmoderna, si sono liquefatti i legami tra gli individui, un po’ in tutti i contesti, lasciando l’individuo in una condizione di spaesamento, inghiottito in un gorgo di smarrimento e stordimento. È un processo di standardizzazione ed omogeneizzazione a schemi, comportamenti e valori dogmatici, che vengono passivamente accettati, tramandati e mantenuti senza capacità critica. Siamo davanti ad un panorama sociale in cui l’identità frammentata e incanalata verso contenitori precostituiti è condita, in ultimo, dalla nuova cybercultura (Fuchs, 2008).
Con l’avvento di Internet e della Rete, in questo cyberspazio il corpo viene smaterializzato e perde la propria consistenza per riacquisirne una, fittizia, in un locus virtuale che poco ha a che vedere con la realtà (Galimberti, 2013). Il passaggio da reale a virtuale, da spazio a non-spazio, comporta anche un dissolvimento della propria identità, ritrovata completamente nuova in un user-id e nickname, passe-partout per l’avatar di noi stessi che può così essere creato secondo i nostri desideri e le nostre preferenze, scegliendo nome, sesso, età, luogo di abitazione e realizzando ingannevolmente ex novo quell’immagine di noi che da sempre desideravamo (Fuchs, 2008). In tutto ciò, il minore straniero subisce un’alienazione a più gradi, mentale e fisica, trascinato continuativamente da forze ed input contrastanti. Spersonalizzazione cui, però, si oppongono, per fortuna, una scioccante facilità di adattamento nel far coesistere due o più realtà, ed una altrettanto scioccante naturalezza nell’affrontare la frammentazione del mondo in cui esso vive, destreggiandosi e tenendo in piedi più codici e realtà (Beneduce, 2004).
C’è da dire ancora che la nuova generazione di migranti d’eredità, possiede sia svantaggi che vantaggi: se da un lato appare più vulnerabile e facile preda del consumerism system, poiché non ha in sé la fermezza e l’ancoraggio alla cultura di provenienza, più proprie degli adulti; dall’altro, proprio queste maggiori freschezza ed “apertura”, possono essere facilitanti nel tortuoso cammino verso l’integrazione e l’inclusione, che può, in alcuni casi felici, divenire persino più “naturale” (Bucholtz & Skapoulli, 2009). Nell’ “agire l’inclusione”, ancora, la parola “incontro”, ricopre una posizione importante: questa voce proviene dal lat. “incóntra”, letteralmente “trovarsi di fronte a...", ed è, infatti, composta dal prefisso in- (rafforzativo) e da contra, “contro, dirimpetto, di fronte” (Etimo?). Incontrandosi, avvengono necessariamente un confronto ed uno scambio, che a loro volta agiscono un cambiamento in noi e nell’Altro; incontro che, ove non possibile, non rende attuabile la preziosa opportunità di contatto, ed il risultato sarebbe un’immobilità degli individui, chiusi nella loro diversità, e ridotti reciprocamente solo ad oggetto di curiosità ma non di conoscenza (Galimberti, 2013). All’interno di questo incontro/scontro, vive un’altra dicotomia che non può essere tralasciata: il “gioco aperto” tra conflitto ed accoglienza, bilancia dove nessuno dei due deve pesare di più, al contrario, dove, mantenendo l’equilibrio, si può giungere ad una contaminazione sana, con buoni effetti su entrambe “le controparti”. Questo sforzo verso l’altro è dunque un movimento di reciprocità, in cui si modifica la stessa cultura degli individui che vi partecipano; in una tensione e disponibilità verso il nuovo (Goussot, 2012).
Sara Molinatti







