La terza parte della tesi di Laurea Magistrale in Scienze dell'Educazione Motoria e delle Attività Adattate presso l'Università degli Studi di Torino di Sara Molinatti.
"DUAL IDENTITY & DUAL TASK"
Uno studio sull'attività motoria come ponte per l'inclusione e l'integrazione degli stranieri in un contesto interculturale.
Capitolo 3 - Attività motoria e inclusione
3.1 Il corpo e la sua valenza
“Il corpo della libellula è esile,
ma attraversa ballando la tempesta”
Detto Zen
Il corpo conosce il mondo prima del pensiero puro e teorico delle idee (Galimberti, 2013). Con corpo, dal greco: “soma”, “aspetto, composizione”, e dal latino "corpus" : "corpo, complesso, organismo", si intende “insieme di parti, entità estesa percepibile attraverso i sensi” , o ancora, scientificamente, “quantità di materia definita nello spazio, contraddistinta da proprietà quali estensione, divisibilità, impenetrabilità” (Treccani, 2016). Le società primitive credevano in un corpus soggettivo, armonicamente collegato, ricco di richiami simbolici, un corpo sociale e comunitario, non diviso; esso è “quella zona in cui si esprime il senso, e a cui i singoli partecipano come frammenti o anelli del corpo comunitario[…], dove le energie di ogni corpo umano interagiscono con quelle degli altri uomini, degli animali, della terra e del cielo; così pure il corpo di un bambino non è tale quando esce dall'utero della madre, ma quando ella lo dona alla comunità” (Galimberti, 2013, p. 33). Nel momento in cui in Grecia si è iniziato a dividere e ad assegnare valori e non valori alle cose, l’affermazione dell'anima è avvenuta a discapito del soma, sacrificato per l'equivalenza del soggetto con sé stesso (Benasayag, 2010). Da entità simbolica, ed armonica unione con l'ambiente e gli altri, esso diventa oggetto in perenne dicotomia con l'anima; tale scissione anima/corpo è stata centro di moltissime dissertazioni filosofiche di autori quali Platone, Aristotele, Cartesio: Platone è il primo che sostiene nettamente la separazione di anima e corpo (Galimberti, 2013).
Nel corso del Seicento, con Cartesio, approdiamo ad una visione della natura ormai “inanimata”, abitata da un insieme di corpi che si muovono seguendo dinamiche e leggi puramente meccaniche: le concezioni Platonica e Aristotelica lasciano il posto alle nuove idee partorite dalla scienza moderna (Galimberti, 2013). Il dualismo cartesiano pone le condizioni per la nascita di una nuova scienza dell’uomo che prende a modello la matematica; tutti i corpi, compreso quello umano, sono pure macchine, il corpus perde dunque la sua formazione di senso, fondata sull'esperienza e si realizza nella nuova antinomia: res cogitans (anima, intelletto) e res extensa (corpo oggetto) (Benasayag, 2010). Nel Settecento, poi, assistiamo in Europa all’avvento dell’Illuminismo, corrente che faceva appello alla centralità della scienza e della ragione, come strumenti per illuminare le tenebre d’ignoranza dei secoli precedenti. Simbolo del nuovo movimento filosofico, a cavallo tra il Seicento ed il Settecento, iniziano a diffondersi vere e proprie enciclopedie tecniche, come l’Encyclopédie, di D’Alembert, esse raccoglievano in un unico e prezioso grande archivio tutte le discipline e le materie toccate dai filosofi, dagli studiosi e dai maggiori rappresentanti del’Illuminismo, come Voltaire, Hobbes, Rousseau (Galimberti, 2013).
Con l’Illuminismo, vediamo la visione spirituale-religiosa subire un processo di laicizzazione e prendere sempre più piede un concetto materialistico e meccanicistico della natura e dell’uomo (Galimberti, 2013). Se prima con Cartesio, l’uomo si differenziava da piante e animali in quanto essere pensante, adesso, secondo una gerarchia di complessità, l’uomo è la macchina più complicata di tutte, e si perde il libero arbitrio, che nel campo della res cogitans invece, ancora vigeva; l’uomo, dunque, non può scegliere come agire, tutto è dettato dalla fisica meccanicistica, e l' intera natura e vita vengono ricondotte ad un unico e solo principio: la materia (Lowen, 2009). Per ritornare all'oggi, in cui per noi, ormai, la scienza è il reale, troviamo una visione del corpo decisamente avviata verso un'idea che ancora separa e disgiunge, riducendo il corpo ad oggetto, senza la sua soggettiva esperienza (Galimberti, 2013). Nella società odierna, soprattutto in Occidente e nei paesi industrializzati, nonostante ultimamente abbia preso piede una visione maggiormente olistica, il corpo viene ancora percepito come oggetto composto di parti e facile cavia per operazioni di chirurgia estetica, corpo che diventa biglietto da visita e contenitore a cui dedicare ogni cura possibile per evitare di scalfirne la bellezza. (Galimberti, 2013).
Il corpo è quindi anche triste veicolo di consumo, dà visibilità, ed il mantenimento delle parti anatomiche quasi “inalterate”, spesso ha più importanza del vero e proprio benessere (Lowen, 2009). Nei riguardi delle giovani e giovanissime generazioni, in particolare, tutto ciò rappresenta un modello più che negativo (Pietropolli Charmet, 2011). Il profilo degli adolescenti e dei bambini di oggi, naturalmente, è profondamente mutato dalle generazioni precedenti, chiamate da Pietropolli Charmet in Fragile e Spavaldo, “generazione Edipo”, con cui l’autore individua quei bambini/ragazzi cresciuti secondo paradigmi educativo-sociali basati sull’obbedienza, l’autorità di anziani, adulti e genitori, senso di colpa (Pietropolli Charmet, 2011). Se Edipo non aveva libertà e viveva una vita di pazienza e rinuncia a qualsiasi forma di soddisfazione immediata, nel passaggio alla “generazione Narciso”, Narciso è libero, scevro da obblighi e modelli, circondato da genitori che gli lasceranno lo spazio necessario per cercare, trovare ed esprimere la propria identità (Pietropolli Charmet, 2011). La società in cui esso vive sta attraversando una crisi delle ideologie e del sacro, aprendo sempre di più le strade all’individualismo, al disimpegno sociale, alla cura della propria bellezza estetica e al culto del sé, più importante di quello degli altri (Galimberti, 2013).
Il successo sociale è l’obiettivo principale dell’esistenza della generazione Narciso, che è convinta di essere unica ed inimitabile, occupata in una missione speciale, indifferente a tutto il resto (Pietropolli Charmet, 2011). Narciso intesse amicizie e relazioni utili al suo scopo e punta sulla realizzazione dei propri desideri, meno preoccupato delle istituzioni, dei doveri e dei suoi successi in ambito scolastico, che hanno perso credibilità e valore (Husserl, 1972). Preoccupazione centrale per lui diviene quindi “la propria immagine riflessa nello specchio sociale” e nell’accettazione e consenso del gruppo. È se ciò non avviene che sopraggiunge il fallimento; la “fragilità” di Narciso esce fuori prepotentemente, imponendogli di vergognarsi spesso del proprio corpo e della propria non popolarità e invisibilità sociali, esposto al costante gap tra le alte aspettative di successo e l’effettivo riconoscimento nel quotidiano (Pietropolli Charmet, 2011). Una fragilità che si accompagna ossimoricamente ad arroganza e spavalderia verso la passività degli adulti che poco affrontano tale prepotenza e ottengono rispetto unicamente se dimostrano di padroneggiare il proprio mestiere, di avere successo e di ricoprire un ruolo portante nella società (Pietropolli Charmet, 2011).
Liberato dalla prepotenza dell’etica, il corpo adolescenziale è stato investito dall’estetica, dai bisogni espressivi e comunicativi, dalla spudoratezza, dall’erotizzazione della comunicazione sociale. (Lowen, 2009). Livio chiamava "ingenui", i nati liberi. La parola "ingenuus" significa "nativo, originario, naturale" (Galimberti, 2013). Soffermandoci proprio sull'ingenuità del nostro corpus, abbiamo la possibilità di rincontrarlo nella sua completezza, nella sua primaria condizione e di restituirlo alla sua forma naturale, intesa come realtà naturale nella dimensione del mondo della vita (Husserl, 1972). Come detto, il nostro corpo è aperto al mondo, e possiede una sua intenzionalità che lo porta ad esporsi ed attendere indicazioni dal mondo intorno (Lowen, 2009). Ancora, ri-flettere quindi, non è scoprire l'interiorità dell'anima ma restituire al mondo ciò che ci ha offerto; centro di questa esperienza non è l'intelletto puro, ma l’intelletto incorporato, che abita il tempo e lo spazio dei corpi; tra questo intelletto ed il mondo non c'è distanza ma un'originaria correlazione [...] (Galimberti, 2013, p. 116). Ecco che il corpo diventa quindi trascendenza, non è oggetto immobile racchiuso in sé, ma dinamico ponte verso il mondo e le cose, da qui, la consapevolezza delle potenzialità del corpo dipende dalla molteplicità di azioni che rivestono le cose con cui esso viene a contatto (Lowen, 2009).
Il corpo è pro-tensione verso il mondo ed il mondo è suo punto d'appoggio; respingendo ogni formalismo e discorso che riconducano solo alla ragione e alla coscienza, è possibile focalizzarsi, invece, sul ritorno alla comunicazione sensoriale, ad una maggior naturalezza, senza le quali è difficile abitare il mondo, o pensarlo (Lowen, 2009). Corpo e naturalità trascurati anche per quanto riguarda il concetto di comunicazione; da molto tempo ormai la parola non è più concretamente correlata alla vita e alle azioni, ma rappresenta un formale involucro contenente un altro linguaggio, più freddo e direzionato verso il senso logico, che dissolve il corpo dalla parola e lo priva della sua originaria gestualità (Lowen, 2009). «Perché qualsiasi espressione venga compresa è necessario che chi la scorge, viva lo stesso mondo di chi la esprime, perché il senso delle nostre emozioni, dei nostri gesti, e, a limite, delle nostre parole, non è dato ma compreso » [...] (Galimberti, 2013, p. 192). Il corpo è nucleo centrale di tutte le nostre operazioni espressive in quanto realizza una visione del mondo e vive il mondo culturale al quale apparteniamo, ci permette, perciò, di parlare di cosa sentiamo o proviamo proprio perché il linguaggio stesso ha in sé incorporate tutte le esperienze e le eredità del nostro vissuto nel mondo: allontanando la parola dalla sua corporeità, abbiamo conferito al nostro linguaggio vita impersonale e schemi predefiniti che hanno privato la comunicazione della sua antica magia (Lowen, 2009).
Alla luce di un corpo destrutturato e di un linguaggio prestabilito ed univoco, sembriamo trovarci di fronte ad un corpus privo della sua originaria libertà nel mondo (Lowen, 2009). Strano è pensare al concetto di libertà vera e propria, in un mondo dove regna il perenne tentativo di creare un Universo, capace di inglobare, quasi fagocitando, ogni Di-verso, ogni ombra e sfumatura dell’Altro, ogni differenza (Lowen 2009). A subire questa tendenza è il corpo, che è stato diviso, nettamente separato, e posto in secondo piano rispetto all’anima, seguendo la linea di disprezzo del sensibile, che catturerà poi l’intero Occidente. «Forse la malattia più antica dell’Occidente sta proprio in questo: nella considerazione indifferenziata dell’unità e quindi nel conseguente rifiuto delle differenze e delle individuazioni» (Galimberti, 2013, p. 567). Questo, forse, le società primitive ben lo sapevano, probabilmente, perciò, distruggevano i loro tesori e beni: per non incorrere nell’errore del sovrappiù e dell’accumulo, per non incatenare il cuore a quell’unità di valore, che intuivano avrebbe rovinato la qualità e lo stile della loro vita (Galimberti, 2013). Se il male, dunque, risiede nell’Uno, il bene non si trova nella pluralità e nella molteplicità così semplicemente intese; il bene dimora nel Due, nell’uno e l’altro insieme, che convivono pacificamente (Galimberti, 2013).
3.2 Attività motoria e inclusione
Proprio attraverso questo corpo, che conosce il mondo prima del pensiero puro e logico, e che è nucleo centrale di tutte le nostre operazioni espressive, in quanto realizza una visione del mondo e vive il mondo culturale al quale apparteniamo, è possibile intravedere una via percorribile verso l’inclusione e l’integrazione, in particolare di stranieri e migranti, a più livelli. Il corpo si fa qui “strumento comunicativo”, promuovendo il contatto con l’altro e la conoscenza (Lowen, 2009). Su questa linea, il ruolo dell’attività motoria è, e può essere/diventare, più che centrale, soprattutto oggi, in cui vi è un incremento sempre maggiore dei fenomeni d’immigrazione. Comparando i corposi esodi cui abbiamo assistito negli ultimi anni, ed ancora stiamo assistendo, da paesi quali Marocco, Siria, Nigeria, etc., è ancora esigua la presenza di veri e propri progetti alla cui base vi sia l’attività motoria come mezzo e ponte, d’aiuto, per l’inclusione degli stranieri e dei migranti nel nostro Paese. Nonostante la presenza di magre prove a sostegno empirico, per quanto riguarda l’Italia - all’estero, invece, sembra che tale terreno sia stato battuto maggiormente - la concezione che la partecipazione ad attività motorie e sportive possa essere utilizzata per affrontare una vasta gamma di problematiche sociali, rimane viva (Müller, Zoonen & De Roode, 2008).
Responsabili di politiche sociali, dirigenti sportivi e giornalisti sono concordi nell’affermare che l’attività fisica produca numerosi effetti positivi sulle persone, sulla società e sulla coesione sociale (Müller, Zoonen & De Roode, 2008). Sicuramente, seguendo tale credenza, vi è anche la tendenza alla iper-semplificazione di una realtà complessa, qui, però, l’obiettivo generale è quello di reagire a tale tendenza, con concretezza, per giungere a veri e propri esiti costruttivi. La partecipazione nello sport, in particolare a discipline popolari come, ad esempio, il calcio, è ampiamente considerata come un modo efficace di affrontare una serie di problemi sociali; relativamente pochi studi, tuttavia, hanno esaminato se manifestazioni, tornei ed eventi di questo tipo hanno effettivamente portato ad incidenze pro-sociali positive (Bailey, 2005; Coalter, 2007; Elling & De Knop, 2001; Holden & Wilde, 2004; Tacon, 2007; Walseth & digiuno, 2004 in Müller, Zoonen & De Roode, 2008). Gli studi esistenti hanno esaminato gli effetti su un insieme diversificato di ambiti, che vanno dalla salute, all’autostima per la riduzione della criminalità e l'inclusione sociale, al razzismo, alla violenza, all’esclusione sociale fino ad arrivare anche a questioni ambientali (Müller, Zoonen & De Roode, 2008).
È dalla fine del diciannovesimo secolo, inizio ventesimo, che seguendo sistemi di credenze popolari e non, si è iniziato a guardare alla partecipazione allo sport come essenziale per la riproduzione di norme sociali, valori ed istituzioni (Messner, 1992 in Müller, Zoonen & De Roode, 2008). Il degrado delle città, l’aumento di condizioni di vita disagiate, di flussi migratori, di fenomeni di ghettizzazione e disgregazione sociale, etc, hanno richiesto particolari strategie di governance economiche e di interventi sociali efficienti (Müller, Zoonen & De Roode, 2008). Secondo Krouwel et al., lo sport a livello amatoriale, è diventato uno degli interventi sociali di scelta, per sostenere i singoli atteggiamenti civici e la rigenerazione sociale (Müller, Zoonen & De Roode, 2008). Sakouhi (2003), invece, definisce «illusorio» il ricorrere allo sport a fini di integrazione e di inserimento sociale dei giovani di seconda o terza generazione immigrata, se, contemporaneamente, non si ha l’appoggio convergente delle tre grandi agenzie di socializzazione: la famiglia, la scuola ed il lavoro (Becker & Häring, 2012).
Lo sport è un fenomeno sociale ed economico d’importanza crescente, che contribuisce in modo significativo agli obiettivi strategici di solidarietà e prosperità perseguiti dall’Unione Europea; sport inteso come “qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli” (Diritto ed Economia dello sport, 2008, p. 177). L’ideale olimpico dello sviluppo dello sport, fonte di valori importanti come lo spirito di gruppo, la solidarietà, la tolleranza, la correttezza, per promuovere la pace e la comprensione fra le nazioni e le culture e l’istruzione dei giovani, è nato in Europa, ed è stato promosso dal Comitato olimpico internazionale e dai comitati olimpici europei (Libro Bianco sullo Sport, 2007). In seguito alla Dichiarazione di Nizza, dicembre 2000, le istituzioni europee hanno riconosciuto la specificità del ruolo sociale, ricreativo ed educativo svolto dallo sport, che contribuisce allo sviluppo e alla realizzazione personale e promuove il contributo attivo dei cittadini, offrendo ai giovani possibilità interessanti di impegno e partecipazione alla società, per aiutarli a rimanere lontani dal crimine, mediante strutture gestite dal volontariato, in termini di salute, istruzione, integrazione sociale e cultura (Libro Bianco sullo Sport, 2008, p. 6). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda in linea generale e per tutti, un minimo di 30 minuti di attività fisica moderata (che include ma non si limita allo sport) al giorno per gli adulti, e di 60 minuti per i bambini.
Secondo un sondaggio Eurobarometro del novembre 2004, il 60% circa dei cittadini europei partecipa in modo regolare ad attività sportive, in modo autonomo o inquadrato in una delle 700 mila società sportive esistenti, le quali, a propria volta, fanno capo a tutta una serie di associazioni e federazioni. La maggior parte delle attività sportive si svolge in strutture amatoriali (Libro Bianco sullo Sport, 2008). I valori veicolati dallo sport aiutano a sviluppare la conoscenza, la motivazione, le qualifiche e la disponibilità a compiere sforzi personali, per il contributo alla creazione di posti di lavoro, alla crescita e alla ripresa economica; il tempo trascorso praticando attività sportive a scuola e all’università, produce benefici sanitari ed educativi sui quali la Commissione Europea ritiene necessario insistere, in un’ottica formativa (Libro Bianco sullo Sport, 2008). L’attività motoria contribuisce in modo significativo alla coesione economica e sociale e ad una società più integrata; tutti i componenti della collettività dovrebbero avere accesso allo sport: occorre pertanto tener conto delle esigenze specifiche di ognuno e delle situazioni dei gruppi meno rappresentati, nonché del ruolo particolare che può avere per i giovani, le persone con disabilità e quanti provengono da contesti sfavoriti (Libro Bianco sullo Sport, 2008).
Lo sport può facilitare l’integrazione nella società dei migranti e delle persone d’origine straniera, sostenendo il dialogo interculturale; interessa tutti i cittadini indipendentemente da genere, razza, età, disabilità, religione e convinzioni personali, orientamento sessuale e provenienza sociale o economica: la Commissione ha condannato a più riprese tutte le manifestazioni di razzismo e di xenofobia, in quanto incompatibili coi valori dell’UE. (Libro Bianco sullo Sport, 2008).
3.3 Alleniamo allo sport d’integrazione
Lo sport è uno strumento altamente educativo e formativo e, come ci insegna Nelson Mandela (1918), “ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione” grazie alle sue regole comuni ed uguali per tutti, indipendentemente dal genere, dall'etnia, e dalla cultura del singolo individuo (Manifesto Sport e Integrazione, 2014). Nonostante la letteratura sociologica esistente sia ancora piuttosto scarsa, e quella scientifica, come detto, altresì esigua, da diverse ricerche a riguardo, emerge che l’attività motoria e sportiva promuovono l’integrazione sociale, favorendo un senso comune di appartenenza, coesione e partecipazione; coloro che praticano sport, infatti, sembrano annoverare un più ampio numero di conoscenti e di relazioni amicali, hanno la possibilità di incontrare più persone, e godono di una maggior facilità d’integrazione in più contesti rispetto a coloro che non sono fisicamente attivi (Becker& Häring, 2012). In quest’ottica, nel 2014 è nato Il Manifesto dello Sport e dell’Integrazione, Sport e Integrazione: la vittoria più bella, all’interno del progetto #fratellidisport; frutto dell’accordo di Programma tra Coni e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Tale Manifesto ha l’obiettivo di promuovere, attraverso lo sport, l’inclusione e l’integrazione dei migranti di prima e seconda generazione sul territorio italiano e di contrastare la discriminazione razziale e l’intolleranza, valorizzando la diversità come risorsa (Manifesto Sport e Integrazione, 2014).
Lo sport rappresenta per gli adolescenti uno spazio salutare dove potersi confrontare e riconoscere, ancor più per i minori provenienti da un contesto migratorio, in quanto essi possono esprimere la propria fisicità in un ambiente controllato e regolamentato che ne favorisce l’inserimento nel gruppo dei pari (Manifesto Sport e Integrazione, 2014). La promozione delle politiche di integrazione è un elemento prioritario per favorire la convivenza dei cittadini italiani e stranieri, nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione Italiana, e per consentire allo straniero di partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società. Lo sport, grazie ai valori che lo animano, può svolgere un ruolo trainante nei processi di integrazione e contribuire in modo efficace a diffondere la cultura del rispetto e della convivenza fra persone provenienti da culture diverse (Manifesto Sport e Integrazione, 2014). L’attività motoria, dunque, si configura come valido strumento per l’inclusione e l’integrazione degli stranieri: il linguaggio sportivo è universale, supera confini, lingue, religioni, ideologie, e possiede la capacità di unire, di costruire ponti e non muri, è caratterizzato da valori quali la fratellanza, la correttezza, il rispetto e regole uguali per tutti, all’interno delle quali esistono ruoli precisi e ben definiti; è, perciò un territorio di confronto neutrale che mette tutti sullo stesso piano e “sullo stesso campo” (Manifesto Sport e Integrazione, 2014).
Attraverso lo sport si creano una rete di nuove opportunità di socializzazione che va oltre la comunicazione parlata: e qui si ritorna al concetto di corpus, naturale, di notevole importanza e rilievo, poiché per primo sperimenta il mondo sensibile e comunica e si esprime, creando un primario e fondamentale contatto; inoltre, soprattutto per i più piccoli, ma anche per gli adulti, la pratica sportiva e ludica è prima di tutto svago e divertimento, elementi fondamentali per individui dai vissuti travagliati, e le cui situazioni familiari e socio-economiche sono disagiate e problematiche (Becker & Häring, 2012). In quest’ottica, lo sport produce molteplici altri effetti: favorisce lo scambio culturale e riporta alla luce una modalità comunicativa basata in primis sulla gestualità, sul non verbale e para verbale; inoltre, educando al confronto con gli altri, potrebbe consentire di gestire maggiormente l’aggressività, le situazioni conflittuali, sviluppare e far scoprire le proprie capacità e competenze a ciascun individuo, aumentando così l’autostima e la self confidence; ancora, dà libero spazio all’espressività sia del singolo che del gruppo, può aiutare a conoscere il proprio corpo, a muoversi o a riappropriarsi di schemi corporei dimenticati o persi nel corso delle varie fasi di vita, etc (Becker& Häring, 2012).
La sport activity appare una risorsa strategica anche per ricostituire legami sociali tra gruppi etnici diversi, allentatisi o spezzatisi a seguito di guerre, per convinzioni religiose o attriti culturali. Un accurato studio, svolto in Bosnia-Erzegovina tra il 2002 e il 2005 da Davide Sterchele (2008), mostra che il calcio consente di riannodare le relazioni sociali tra gruppi di serbi e bosniaci, contrapposti dal conflitto a base etnica scoppiato a partire dagli anni ’90 nei Balcani (Müller, Zoonen & De Roode, 2008). L’efficace azione dello sport in contesti difficili e caratterizzati dalla mescolanza di individui provenienti dai più disparati Paesi, permette di creare territori e “spazi neutri e condivisi”, colmi di significati anch’essi condivisi che si riproducono quotidianamente attraverso pratiche sociali ed interazioni e che costituiscono la base per la costruzione di identità e relazioni sociali (Müller, Zoonen & De Roode, 2008). La migrazione, perciò, è vista anche come un percorso che spinge al confronto non solo con gli spazi “fisici” della geografia, ma anche con quei territori “simbolici” della salute psicofisica, della ricostruzione del sé e delle relazioni sociali (in larga parte interrotte o frantumate) e della partecipazione al contesto sociale di approdo: in tutto ciò lo sport può ricoprire il ruolo di “neutrale mappa” (Becker & Häring, 2012). Proprio questo spazio che crea lo sport, tanto “leggero”, nella misura in cui è un diversivo e “svago”, quanto “delimitato e contenente” per le regole, le dinamiche di squadra, i ruoli, lo rendono un eccezionale facilitatore di esperienze (Manifesto Sport e Integrazione, 2014).
Sara Molinatti
Lo sport ha il potere di cambiare il mondo.
Ha il potere di suscitare emozioni.
Ha il potere di unire le persone come poche altre cose al mondo.
Parla ai giovani un linguaggio che capiscono.
Lo sport può creare speranza dove prima c'era solo disperazione.
È più potente di qualunque governo
nel rompere le barriere razziali.
Lo sport ride in faccia a ogni tipo di discriminazione.
Nelson Mandela



