“Una
persona è povera quando non ha una casa. E posso dirti un’altra cosa? Quando
uno è povero per tanto tempo, poi si abitua. C’è una signora tutta sporca qui
fuori a cui offriamo sempre aiuto, ma lei non lo vuole. Dice che sta bene
così.” Parlo con un bambino di nove anni, lui mi guarda con gli occhi seri. Era
da un po’ che mi stava ascoltando da lontano, mentre parlavo con Fatima.
Si è
fatta sera al Sermig.
Fatima
è accanto alla porta, proprio come me l’ero immaginata: i capelli lunghi e
ricci, gli occhi scuri, e un sorriso accogliente, disponibile. Quello di chi ha
imparato a far valore della propria storia. Mi guarda e mi stringe la mano. È
imbarazzata, aspetta le mie domande, guarda i bambini che giocano e che lei
sente come fratelli. Il Sermig, ormai, è diventato un luogo sicuro, viene qui
da quando era piccola. Frequentava la “Scuola Elementare Gabelli” di Porta
Palazzo, circondata da bambini provenienti da paesi diversi, che spesso non
conoscono l’italiano. Per le insegnanti diventa un problema portare avanti un
programma e far arrivare tutti allo stesso livello di preparazione, ecco allora
che per evitare le bocciature vengono messi voti molto alti, spesso immeritati,
generando carenze che emergono andando avanti con lo studio. Fatima lo ha
sperimentato sulla sua pelle.
È
sempre vissuta a Porta Palazzo e conosce questo luogo molto bene, ma ne rimane
ancora spaventata. Una sera, mentre tornava a casa, due uomini armati l’hanno
avvicinata chiedendole dei soldi. In suo soccorso, sono arrivate la mamma e la
nonna. Vedendole i due uomini hanno riposto in tasca il coltello, come segno di
rispetto per la comune etnia.
Eppure
Fatima ama Porta Palazzo, è casa sua, non la scambierebbe con nessun’altra: “Il
centro mi mette in soggezione. È una questione di abitudine vivere qui, anche
se in un giorno vedi al massimo cinque o sei italiani.”
Fatima
è fiduciosa: spera che un domani questo posto possa essere migliore,
soprattutto perché sarà abitato dai bambini del Sermig, capaci di andare oltre
quella realtà il più delle volte stretta e squallida.
Passa
i pomeriggi come supporto agli educatori del centro così da restituire quel
favore che tempo fa le è stato fatto, perché “il bene genera bene”.
Fatima
è cresciuta con la madre e la sorella più grande, nell’ombra di un padre
assente. A lungo ha sentito la sua mancanza, ma con il tempo ha capito che non
le serve la protezione di un uomo e che l’amore di due donne, una madre e una
zia, è abbastanza. Tutto questo l’ha resa più forte e l’ha aiutata a credere
nel suo sogno: diventare medico. Così, da quando è piccola, studia per
alleviare le sofferenze della madre, una donna malata che ha visto spesso
soffrire.
La
madre non parla italiano, conosce poche frasi fatte che le servono sul lavoro.
“La stimo moltissimo, è riuscita a crescere me e mia sorella da sola, colmando
con il suo amore tutte le mancanze. Io devo impegnarmi e lo devo fare
soprattutto per lei, per ringraziarla di tutti i sacrifici che ha fatto in
questi anni.”
La
madre lavora come domestica e il suo guadagno non è elevato, per questo Fatima
e sua sorella lavorano in un parrucchiere a Porta Palazzo, fanno le pulizie.
Guadagnano venticinque euro a settimana, soldi che mettono da parte per le
spese necessarie, come l’iscrizione a scuola. Cercano di essere
autosufficienti, anche se spesso è difficile.
La
criminalità a Porta Palazzo esercita un fascino, sui ragazzi, al quale è
difficile resistere: la promessa di un guadagno facile, raggiungibile il più
delle volte con lo spaccio. Tra gli amici di Fatima, tanti hanno iniziato a
spacciare per aiutare le famiglie.
La
vita non è facile, soprattutto a scuola. Fatima frequenta un Liceo Scientifico
vicino a Porta Susa. Gli altri ragazzi non si fidano di lei. La isolano perché vive a Porta Palazzo ed è
marocchina: due fattori che sommati danno per risultato criminalità. “Non
immagini quante volte sento i miei compagni lamentarsi dicendo che noi immigrati
paghiamo poco e che loro sono costretti a pagare anche per noi. Dicendolo
magari sorridono, ma io sento la sottile cattiveria delle loro parole.
Crescendo tra italiani, non si conoscono i valori che un contesto multietnico
come Porta Palazzo può offrire”. L’unica ragazza con cui ha legato è una sua
compagna di classe italiana che, come lei, vive a Porta Palazzo.
Fatima
ringrazia i razzisti e tutti coloro che la isolano perché le danno la forza per
continuare a lottare: “Voglio dimostrare a tutti che posso farcela, che si
sbagliano”.
Fatima
sta partecipando a un progetto chiamato “Collegio del mondo unito”, attraverso
il quale spera di ottenere una borsa di studio tale da permetterle di
frequentare il quarto anno di liceo in America. “Se dovessi entrare in uno di
questi college abiterei con gente proveniente da tutto il mondo. Questi posti
sono la dimostrazione che persone di diversa nazionalità possono vivere bene
insieme e creare qualcosa di buono.”
Ha
gli occhi sorridenti e la voce pacata, Fatima, quando mi parla dei suoi sogni;
la stessa voce con cui, poco fa, ha rimproverato un bambino alle prese con un
vecchio giocattolo. Alcuni sono veramente irrequieti ma Fatima, come tutti gli
altri ragazzi del Sermig, riesce a mantenere la tranquillità e ad insegnare
loro l’arte dello stare insieme. Nei suoi occhi, mentre mi parla, ci sono tante
immagini: l’America, gruppi di ragazzi di tutto il mondo a pranzo insieme, un
camice bianco e uno stetoscopio attorno al collo, il mercato di Porta Palazzo e
il sorriso di una mamma fiera.
Tanti
sono i progetti che ogni anno partono a Torino per aiutare i bambini delle
scuole elementari e delle superiori a studiare, combattendo così l’abbandono
scolastico. In quartieri come Barriera di Milano e Porta Palazzo, è altissimo
il numero di ragazzi che lasciano gli studi. Pochi, come Fatima, si rendono
conto che solo la scuola può aiutarli ad uscire dalla condizione di povertà.
Secondo
i dati nazionali della Caritas, la maggior parte delle persone che ha
frequentato i centri d’ascolto tra il 2014 e il 2016 è analfabeta o con un
titolo di studio molto basso. Questo comporta una maggiore difficoltà nel
trovare un posto di lavoro. Se si è nati in questo contesto, uscirne si
rivelerà molto difficile. Il problema dello studio riguarda sia i ragazzi delle
famiglie italiane, sia i ragazzi delle famiglie straniere, senza distinzione.
Fatima
ha partecipato al progetto “Arsenale della piazza” del Sermig, che ogni anno
propone nuove attività per i giovani di Porta Palazzo. Nato dalla richiesta
delle madri come doposcuola per trenta bambini, è poi cresciuto fino a
coinvolgerne un centinaio tra scuole elementari e medie. Tanti, ma non tutti,
riescono ad essere accolti proprio a causa dei gravi problemi che hanno alle
spalle. Alcuni ragazzi avrebbero bisogno di un aiuto individuale, che il Sermig
ancora non è in grado di offrire loro. Il progetto, oltre a occuparsi dello
studio, comprende anche una squadra di calcio e un corso di ballo, che mirano a
favorire l’integrazione. Con queste attività si offrono modelli positivi ai
ragazzi, si cerca di dar loro delle possibilità. Gli educatori accompagnano i
giovani anche durante l’orientamento liceale e universitario, per fare in modo
che facciano la scelta corretta. Si cerca di stare il più vicino possibile al
ragazzo: quando si avverte un allontanamento, la finalità è centrata nel
recuperarlo. Eppure ai ragazzi mancano i riferimenti umani: famiglie smembrate
– costrette nei luoghi di provenienza – e genitori agli arresti - o scomparsi - sono solamente alcuni dei problemi che
interessano i giovani.
I
bambini, già soggetti al cambiamento, vanno solo indirizzati; per evitare che
ciò avvenga nel modo sbagliato servono creatività ed umiltà. Per spronarli
bisogna inventare cose nuove di continuo. È per questo che all’interno del
Sermig ci sono anche logopedisti e psicologi.
Marco,
uno dei responsabili del progetto, mi racconta allora la
storia di Khalid, otto anni, che riesce a studiare unicamente in tenda da
campeggio, per questo al Sermig ne hanno comprata una. Lui si chiude lì e
studia, è l’unico modo.
All’Arsenale
si cerca di non far chiudere i giovani nell’individualità, ma di farli
condividere e imparare insieme, perché possano riuscire ad accettare la loro
storia. Tanti sono i ragazzi come Fatima che si impegnano e studiano molto per
cercare un riscatto sociale, per avere quello che meritano e per raggiungere la
pienezza. Si impegnano perché è giusto che emerga la bellezza che meritano, che
prescinde dal fattore economico. Si tratta semplicemente di giustizia.
Provaci
ancora, Sam!” è il nome del progetto portato avanti dalla Caritas di Torino in
associazione all’oratorio “Michele Rua”. Piano prettamente torinese, visti i
buoni risultati ottenuti, è sul punto di essere esportato nelle altre zone
d’Italia.
Si
svolge durante le ore scolastiche così che gli operatori possano collaborare
con le insegnanti. Sono previste quattro ore di laboratori e vengono messi in
atto metodi educativi innovativi dal risvolto pratico. Gli educatori del
progetto si occupano di lavorare sulle relazioni e sulla collaborazione tra i
ragazzi della classe. L’augurio è che le lezioni possano continuare nel
pomeriggio, tramite il servizio del doposcuola.
Valentina,
un’educatrice dell’oratorio, mi racconta che qui i ragazzi hanno bisogno di
essere spronati di continuo, anche per giocare. Poi mi guarda e aggiunge: “Sai
una cosa strana? Le famiglie straniere danno più importanza alla scuola e
all’insegnante, rispetto a quelle italiane. I genitori stranieri lasciano i
bambini molto più liberi rispetto agli italiani, girano di notte da soli senza
problemi, ma per la scuola sono più attenti”.
Le
famiglie in quest’età hanno un ruolo fondamentale e nessuno può colmare la loro
assenza, ma qui, in questo oratorio, si prova a fornire un modello educativo
diverso: i ragazzi chiedono quello di cui hanno bisogno, non rimane che starli
ad ascoltare.
Un ragazzo
di dodici anni di questo oratorio può insegnare tanto ad altri anche molto più
grandi d’età, perché conosce la strada, ma si abbandona, si lascia andare, ed è
lì che bisogna intervenire per provare a salvarlo.
Anche
se la prima cosa che bisogna imparare facendo questo lavoro è che non si può
salvare tutti. Ma i progetti non finiscono qui: anche il Gruppo Abele si occupa
dei giovani e la Caritas italiana in collaborazione con S-Nodi ha dato origine
al progetto “Giovani Investimenti” che si occupa principalmente di Barriera di
Milano.
Fatima,
come tanti altri bambini che ho incontrato in questo viaggio hanno sogni
grandi. Io li guardo e mi auguro che questo mondo possa essere alla loro
altezza, anche se finora non è stato in grado di dimostrarlo.
Prima
di lasciare il Sermig saluto Fatima e le chiedo di poterle fare un’ultima
domanda. Lei sorride e annuisce. Allora io le chiedo che cosa significa per lei
essere poveri. Fatima mi chiede qualche minuto per pensarci, perché la domanda
è complicata, e dopo qualche secondo mi risponde: “Il fatto che non si ha una
casa, o del cibo, non vuol dire essere poveri. Non lo sei se ti mancano i
soldi, non lo sei se ti manca la possibilità di scegliere, lo sei se ti manca
l’affetto delle persone. Si è ricchi se non si è soli.”
Benedetta Petroni
Benedetta Petroni
