martedì 4 luglio 2017

L'arte dello stare insieme

Reportage su giovani, marginalità ed educazione a Porta Palazzo. A cura di Benedetta Petroni.



“Una persona è povera quando non ha una casa. E posso dirti un’altra cosa? Quando uno è povero per tanto tempo, poi si abitua. C’è una signora tutta sporca qui fuori a cui offriamo sempre aiuto, ma lei non lo vuole. Dice che sta bene così.” Parlo con un bambino di nove anni, lui mi guarda con gli occhi seri. Era da un po’ che mi stava ascoltando da lontano, mentre parlavo con Fatima.
Si è fatta sera al Sermig.
Fatima è accanto alla porta, proprio come me l’ero immaginata: i capelli lunghi e ricci, gli occhi scuri, e un sorriso accogliente, disponibile. Quello di chi ha imparato a far valore della propria storia. Mi guarda e mi stringe la mano. È imbarazzata, aspetta le mie domande, guarda i bambini che giocano e che lei sente come fratelli. Il Sermig, ormai, è diventato un luogo sicuro, viene qui da quando era piccola. Frequentava la “Scuola Elementare Gabelli” di Porta Palazzo, circondata da bambini provenienti da paesi diversi, che spesso non conoscono l’italiano. Per le insegnanti diventa un problema portare avanti un programma e far arrivare tutti allo stesso livello di preparazione, ecco allora che per evitare le bocciature vengono messi voti molto alti, spesso immeritati, generando carenze che emergono andando avanti con lo studio. Fatima lo ha sperimentato sulla sua pelle.
È sempre vissuta a Porta Palazzo e conosce questo luogo molto bene, ma ne rimane ancora spaventata. Una sera, mentre tornava a casa, due uomini armati l’hanno avvicinata chiedendole dei soldi. In suo soccorso, sono arrivate la mamma e la nonna. Vedendole i due uomini hanno riposto in tasca il coltello, come segno di rispetto per la comune etnia.
Eppure Fatima ama Porta Palazzo, è casa sua, non la scambierebbe con nessun’altra: “Il centro mi mette in soggezione. È una questione di abitudine vivere qui, anche se in un giorno vedi al massimo cinque o sei italiani.”
Fatima è fiduciosa: spera che un domani questo posto possa essere migliore, soprattutto perché sarà abitato dai bambini del Sermig, capaci di andare oltre quella realtà il più delle volte stretta e squallida.
Passa i pomeriggi come supporto agli educatori del centro così da restituire quel favore che tempo fa le è stato fatto, perché “il bene genera bene”.
Fatima è cresciuta con la madre e la sorella più grande, nell’ombra di un padre assente. A lungo ha sentito la sua mancanza, ma con il tempo ha capito che non le serve la protezione di un uomo e che l’amore di due donne, una madre e una zia, è abbastanza. Tutto questo l’ha resa più forte e l’ha aiutata a credere nel suo sogno: diventare medico. Così, da quando è piccola, studia per alleviare le sofferenze della madre, una donna malata che ha visto spesso soffrire
La madre non parla italiano, conosce poche frasi fatte che le servono sul lavoro. “La stimo moltissimo, è riuscita a crescere me e mia sorella da sola, colmando con il suo amore tutte le mancanze. Io devo impegnarmi e lo devo fare soprattutto per lei, per ringraziarla di tutti i sacrifici che ha fatto in questi anni.”
La madre lavora come domestica e il suo guadagno non è elevato, per questo Fatima e sua sorella lavorano in un parrucchiere a Porta Palazzo, fanno le pulizie. Guadagnano venticinque euro a settimana, soldi che mettono da parte per le spese necessarie, come l’iscrizione a scuola. Cercano di essere autosufficienti, anche se spesso è difficile.
La criminalità a Porta Palazzo esercita un fascino, sui ragazzi, al quale è difficile resistere: la promessa di un guadagno facile, raggiungibile il più delle volte con lo spaccio. Tra gli amici di Fatima, tanti hanno iniziato a spacciare per aiutare le famiglie.
La vita non è facile, soprattutto a scuola. Fatima frequenta un Liceo Scientifico vicino a Porta Susa. Gli altri ragazzi non si fidano di lei.  La isolano perché vive a Porta Palazzo ed è marocchina: due fattori che sommati danno per risultato criminalità. “Non immagini quante volte sento i miei compagni lamentarsi dicendo che noi immigrati paghiamo poco e che loro sono costretti a pagare anche per noi. Dicendolo magari sorridono, ma io sento la sottile cattiveria delle loro parole. Crescendo tra italiani, non si conoscono i valori che un contesto multietnico come Porta Palazzo può offrire”. L’unica ragazza con cui ha legato è una sua compagna di classe italiana che, come lei, vive a Porta Palazzo.
Fatima ringrazia i razzisti e tutti coloro che la isolano perché le danno la forza per continuare a lottare: “Voglio dimostrare a tutti che posso farcela, che si sbagliano”.
Fatima sta partecipando a un progetto chiamato “Collegio del mondo unito”, attraverso il quale spera di ottenere una borsa di studio tale da permetterle di frequentare il quarto anno di liceo in America. “Se dovessi entrare in uno di questi college abiterei con gente proveniente da tutto il mondo. Questi posti sono la dimostrazione che persone di diversa nazionalità possono vivere bene insieme e creare qualcosa di buono.”
Ha gli occhi sorridenti e la voce pacata, Fatima, quando mi parla dei suoi sogni; la stessa voce con cui, poco fa, ha rimproverato un bambino alle prese con un vecchio giocattolo. Alcuni sono veramente irrequieti ma Fatima, come tutti gli altri ragazzi del Sermig, riesce a mantenere la tranquillità e ad insegnare loro l’arte dello stare insieme. Nei suoi occhi, mentre mi parla, ci sono tante immagini: l’America, gruppi di ragazzi di tutto il mondo a pranzo insieme, un camice bianco e uno stetoscopio attorno al collo, il mercato di Porta Palazzo e il sorriso di una mamma fiera. 
Tanti sono i progetti che ogni anno partono a Torino per aiutare i bambini delle scuole elementari e delle superiori a studiare, combattendo così l’abbandono scolastico. In quartieri come Barriera di Milano e Porta Palazzo, è altissimo il numero di ragazzi che lasciano gli studi. Pochi, come Fatima, si rendono conto che solo la scuola può aiutarli ad uscire dalla condizione di povertà.
Secondo i dati nazionali della Caritas, la maggior parte delle persone che ha frequentato i centri d’ascolto tra il 2014 e il 2016 è analfabeta o con un titolo di studio molto basso. Questo comporta una maggiore difficoltà nel trovare un posto di lavoro. Se si è nati in questo contesto, uscirne si rivelerà molto difficile. Il problema dello studio riguarda sia i ragazzi delle famiglie italiane, sia i ragazzi delle famiglie straniere, senza distinzione.
Fatima ha partecipato al progetto “Arsenale della piazza” del Sermig, che ogni anno propone nuove attività per i giovani di Porta Palazzo. Nato dalla richiesta delle madri come doposcuola per trenta bambini, è poi cresciuto fino a coinvolgerne un centinaio tra scuole elementari e medie. Tanti, ma non tutti, riescono ad essere accolti proprio a causa dei gravi problemi che hanno alle spalle. Alcuni ragazzi avrebbero bisogno di un aiuto individuale, che il Sermig ancora non è in grado di offrire loro. Il progetto, oltre a occuparsi dello studio, comprende anche una squadra di calcio e un corso di ballo, che mirano a favorire l’integrazione. Con queste attività si offrono modelli positivi ai ragazzi, si cerca di dar loro delle possibilità. Gli educatori accompagnano i giovani anche durante l’orientamento liceale e universitario, per fare in modo che facciano la scelta corretta. Si cerca di stare il più vicino possibile al ragazzo: quando si avverte un allontanamento, la finalità è centrata nel recuperarlo. Eppure ai ragazzi mancano i riferimenti umani: famiglie smembrate – costrette nei luoghi di provenienza – e genitori agli arresti - o scomparsi -  sono solamente alcuni dei problemi che interessano i giovani.
I bambini, già soggetti al cambiamento, vanno solo indirizzati; per evitare che ciò avvenga nel modo sbagliato servono creatività ed umiltà. Per spronarli bisogna inventare cose nuove di continuo. È per questo che all’interno del Sermig ci sono anche logopedisti e psicologi.
Marco, uno dei responsabili del progetto, mi racconta allora la storia di Khalid, otto anni, che riesce a studiare unicamente in tenda da campeggio, per questo al Sermig ne hanno comprata una. Lui si chiude lì e studia, è l’unico modo.
All’Arsenale si cerca di non far chiudere i giovani nell’individualità, ma di farli condividere e imparare insieme, perché possano riuscire ad accettare la loro storia. Tanti sono i ragazzi come Fatima che si impegnano e studiano molto per cercare un riscatto sociale, per avere quello che meritano e per raggiungere la pienezza. Si impegnano perché è giusto che emerga la bellezza che meritano, che prescinde dal fattore economico. Si tratta semplicemente di giustizia.
Provaci ancora, Sam!” è il nome del progetto portato avanti dalla Caritas di Torino in associazione all’oratorio Michele Rua”. Piano prettamente torinese, visti i buoni risultati ottenuti, è sul punto di essere esportato nelle altre zone d’Italia.
Si svolge durante le ore scolastiche così che gli operatori possano collaborare con le insegnanti. Sono previste quattro ore di laboratori e vengono messi in atto metodi educativi innovativi dal risvolto pratico. Gli educatori del progetto si occupano di lavorare sulle relazioni e sulla collaborazione tra i ragazzi della classe. L’augurio è che le lezioni possano continuare nel pomeriggio, tramite il servizio del doposcuola.
Valentina, un’educatrice dell’oratorio, mi racconta che qui i ragazzi hanno bisogno di essere spronati di continuo, anche per giocare. Poi mi guarda e aggiunge: “Sai una cosa strana? Le famiglie straniere danno più importanza alla scuola e all’insegnante, rispetto a quelle italiane. I genitori stranieri lasciano i bambini molto più liberi rispetto agli italiani, girano di notte da soli senza problemi, ma per la scuola sono più attenti”.
Le famiglie in quest’età hanno un ruolo fondamentale e nessuno può colmare la loro assenza, ma qui, in questo oratorio, si prova a fornire un modello educativo diverso: i ragazzi chiedono quello di cui hanno bisogno, non rimane che starli ad ascoltare.
Un ragazzo di dodici anni di questo oratorio può insegnare tanto ad altri anche molto più grandi d’età, perché conosce la strada, ma si abbandona, si lascia andare, ed è lì che bisogna intervenire per provare a salvarlo.
Anche se la prima cosa che bisogna imparare facendo questo lavoro è che non si può salvare tutti. Ma i progetti non finiscono qui: anche il Gruppo Abele si occupa dei giovani e la Caritas italiana in collaborazione con S-Nodi ha dato origine al progetto “Giovani Investimenti” che si occupa principalmente di Barriera di Milano.
Fatima, come tanti altri bambini che ho incontrato in questo viaggio hanno sogni grandi. Io li guardo e mi auguro che questo mondo possa essere alla loro altezza, anche se finora non è stato in grado di dimostrarlo. 
Prima di lasciare il Sermig saluto Fatima e le chiedo di poterle fare un’ultima domanda. Lei sorride e annuisce. Allora io le chiedo che cosa significa per lei essere poveri. Fatima mi chiede qualche minuto per pensarci, perché la domanda è complicata, e dopo qualche secondo mi risponde: “Il fatto che non si ha una casa, o del cibo, non vuol dire essere poveri. Non lo sei se ti mancano i soldi, non lo sei se ti manca la possibilità di scegliere, lo sei se ti manca l’affetto delle persone. Si è ricchi se non si è soli.” 

Benedetta Petroni